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Pino Zimba
Originario di: Aradeo (Le)
Nato nel: 1953
Deceduto il: 13/02/2008

Presentazione

Il maestro salentino di pizzica Pino Zimba ha incarnato il ritmo travolgente del tamburello e l'evoluzione strumentale nella pizzica del salento. Figlio di Ciccio Mighali, un contadino e suonatore di tamburello, "morsicato" dalla taranta.
Straordinario tamburellista del Salento, personaggio carismatico amatissimo dal pubblico, è stato anche il grande protagonista nel film pluripremiato "Sangue Vivo" di E. Winspeare.
Con il suo tamburello teneva vivo il ritmo profondo della vita, sosteneva le voci più intense e gli accordi di una armonia antica. Proprio dall'arte gli è arrivato il coraggio per ribellarsi alle avversità e nella musica ha trovato la maniera per esprimersi al meglio.
E’ stato anche tra i più autorevoli e coinvolgenti protagonisti de “La Notte della Taranta”.
Fino a qualche fa ha espresso il meglio della sua abilità nel gruppo salentino "Officina Zoè", partecipando a numerosi convegni e rassegne di musica etnica in Italia e all'estero. Subito dopo ha intrapreso il cammino con un suo gruppo personale, i "Zimbaria":
Rossano Ruggeri: chitarrino
Simone Longo: tamburello e voce
Salvatore Salentino: violino
Ines D'Ambrosio (zimba): voce e tamburello
Luisa Campa: voce e chitarra
Marco Dell'Anna: fisarmonica
Gabriella Morciano: voce e chitarra

Lo ricordano così

Edoardo Winspeare: Pino era un grandissimo amico, un trascinatore, vitale come pochissimi, la persona più simpatica del mondo. Mi dicono tutti che io, per lui, ho fatto tanto: sarò pure stato importante, ma, allora, lui per me è stato importantissimo. Pino Zimba c'era in tutti i miei quattro film, da "Pizzicata" fino all'ultimo, "I galantuomini" che deve ancora uscire e dove faceva il ricettatore.
Quando l'ho scelto per "Sangue Vivo" erano in tanti ad essere scettici, ma non io. Lui è "sangue vivo" perchè quella del contrabbandiere che per sbarcare il lunario deve trattare con la criminalità è stata anche la sua vita. Lui me la raccontava e io andavo avanti con il film. Non avevo bisogno di un attore, c'era già lui che, infatti, nel film si chiama "Pino".
Anche se apparentemente potevamo sembrare lontani per cultura ed estrazione, ci bastava sempre una semplice occhiata per capirci, partendo da due sponde diverse, puntavamo entrambi alla riscoperta della musica popolare salentina.
Me lo presentò Giorgio Di Lecce, un altro grande personaggio prematuramente scomparso, e la scintilla è scoccata subito. Pino Zimba era una garanzia. Una garanzia di serenità in quanto, anche nei momenti più difficili, c'era lui con un grande sorriso a dire: "Va bene, ma ora suoniamo e balliamo". Lui chi ti invitava la domenica a casa, per pranzo, e ci si alzavo dal tavolo tra le cinque e le sei di sera. E che se non mangiavi tutto, dalle cozze comprate a Gallipoli al limoncello fatto in casa, ti guardava in cagnesco. Lui, sì, era diverso. Noi eravamo un po' come ragionieri, a riflettere sulle cose, e lui invece era istintivo e passinale. Per questo era unico.


Sergio Torsello: Era l’icona del rinascimento della pizzica. Orgoglioso e appassionato. A suo modo generoso come pochi (sul palco e nella vita). Un personaggio vero, senza finzioni e senza mezze misure. Una di quelle personalità che riassumono meglio di altre il proprio contesto di appartenenza.
Era stato Edoardo Winspeare a trasformarlo in un memorabile personaggio cinematografico chiamandolo ad interpretare se stesso in Sangue Vivo. Ma Pino Zimba, al secolo Giuseppe Mighali, apparteneva ad una delle famiglie più emblematiche della cultura popolare salentina.
Un microcosmo in cui si condensano tutti gli elementi essenziali del patrimonio etnografico locale: i repertori del canto di tradizione orale, la tecnica strumentale del tamburello( di cui gli Zimba erano veri e propri maestri), l’”ideologia popolare della taranta”, come direbbe Ernesto De Martino.
Dopo il successo di “Sangue Vivo” era diventato persino un personaggio letterario, immortalato in opere come “Il bacio della tarantola”, della scrittrice romana Giovanna Bandini o “Il cembalo della luna” del salentino Salvatore Tuma, liberamente ispirati alla sua singolare vicenda esistenziale.
Generazioni che si succedono, quelle degli Zimba, nel segno di un’appartenenza che non declina sotto il peso del tempo ma che ritrova dentro di sé il senso del proprio essere nel mondo. Come ci ricorda una delle immagini più belle del revival salentino della pizzica. E’l’immagine di Pino accompagnato dal piccolo Edoardo, suo figlio, in un incedere vorticoso di pizziche intense e ipnotiche. La voce antica di Pino, il volto pulito di Edoardo: un gioco di specchi che si rinnova, un altro filo teso tra passato e futuro. L’antidoto più efficace, forse, contro il veleno dell’oblìo.


Vincenzo Santoro: Giuseppe Mighali (questo il vero nome) era l'erede di una famiglia di musicisti tradizionali di Aradeo, gli "Zimba", straordinari suonatori di tamburello, maestri indiscussi della pizzica-pizzica. Suo padre Francesco, fruttivendolo, da giovane era stato "pizzicato dalla tarantola", per cui ogni anno, con l'avvicinarsi della festa di San Paolo, il 29 giugno, doveva ballare fino allo sfinimento. La sua famiglia era solita ritrovarsi in una puteca de mieru, dove spesso le lunghe serate conviviali erano accompagnate dai canti e dal ritmo incalzante del tamburello. In quella cultura popolare Pino era cresciuto, e per tutta la vita ha continuato a diffondere i canti gioiosi e la musica travolgente appresa fin da piccolo.
All'inizio degli anni Novanta del secolo scorso, Zimba incontrò Edoardo Winspeare, che lo coinvolse nel suo progetto di "rivitalizzazione" della musica salentina, che poi ebbe come esito cinematografico Pizzicata (1996), in cui il regista di Depressa mise in scena il suo Salento magico e sensuale, ripreso prima degli sconvolgimenti portati dal "progresso". In quel film c'erano tutti, i vecchi eroi della musica salentina e i giovani "pizzicati"; e c'era anche lui, impegnato una "terapia musicale" di una tarantata insieme a Luigi Stifani, il mitico violinista di Nardò.
Ma è con Sangue vivo, il secondo lungometraggio di Winpeare - di cui è indiscusso protagonista in un ruolo ampiamente autobiografico, ultimo grande eroe di una cultura ormai in disfacimento - che Zimba emerge come grande talento naturale del cinema, in un Salento in bilico fra la tradizione ancora pulsante e le ferite fisiche e mentali di una modernità irrisolta.
Al clamore suscitato dal film seguì il successo dell'avventura musicale degli Officina Zoè, con cui ha portato i ritmi e i suoni del Salento in tutto il mondo. Avventura continuata, dopo la rottura con il gruppo originario, con Zimbaria, ensemble musicale che ha esaltato al massimo il suo grande e travolgente carisma.
Mi piace ricordare di lui anche un aspetto forse poco conosciuto. Molti della sua famiglia erano stati militanti del Partito Comunista Italiano, impegnati nelle lotte a fianco dei contadini, dei braccianti e delle tabacchine (e di questo resta traccia in molti loro canti, che contengono espliciti riferimenti politici). E a modo suo Pino aveva continuato quella tradizione, non lesinando mai il suo generoso contibuto alle iniziative dei sindacati e delle forze della Sinistra.


Mauro Marino: Giuseppe Mighali, “Zimba”, si distingueva dagli altri. Suonare per lui era ridere.
Lo faceva con la faccia e con tutto il corpo. Un ridere largo, contagioso, leggero e suadente che rendeva unica la ‘sua’ scena. Custodiva in sè una grande eredità psichica e materiale. Ne era orgoglioso, conscio della responsabilità che gli toccava. Un’eredità che era anche la sua benedizione. “Ripercorrere lungo l’arco di quattro generazioni le vicende della famiglia Zimba di Aradeo” scrive Sergio Torsello, nel bellissimo “Zimba, voci, suoni, ritmi di Aradeo” edito nel 2004 da Kurumuny, “significa addentrarsi in un microcosmo in cui sfilano tutti i topos classici della cultura popolare salentina negli ultimi cinquant’anni: il tarantismo, la musicoterapia, la tecnica strumentale del tamburrello, la scena contemporanea della riproposta della ‘pizzica’. E’ come trovarsi al centro di un continuo gioco di specchi in cui si riverberano suoni, immagini e parole che scandiscono il tempo ‘sacro’ e quello profano in una unità indissolubile. Le immagini, speculari, simbolicamente contrapposte eppure entrambe figlie della stessa storia, sono quelle di Francesco Zimba padre, danzante sull’immagine di San Paolo, e quelle patinate del più celebre degli Zimba, Pino, straordinario interprete di se stesso in ‘Sangue Vivo’, memorabile icona winsperiana di un Salento in bilico tra modernità e tradizione, uno dei personaggi simbolo del rinascimento della pizzica”.
Pensare all’arte significa pensare alla bellezza. E la bellezza è energia, grazia che muta l’atto in opera. Il battere del tamburello, “questo piccolo, semplice strumento costruito sullo scheletro del ‘farnaro’, un setaccio che serviva alle donne per ‘scernere’ la farina”, è stato l’opera della fantastica vita di Pino Zimba. Il suo canto lo sentiremo ancora, nelle frequenze digitali che lo consegnano alla storia della musica popolare salentina, ma ci mancheranno la sua generosità, l’entusiasmo, la maestria e i suoi sguardi sempre in allerta, attenti a costruire la magia unica della danza.
Scrive Maya Deren ne ‘I cavalieri divini del Vudù’: “Se nel coro, si sente ad un tratto una voce emergere sola con speciale insistenza, o se, nel cerchio affollato, tra tutti quei corpi che si muovono, se ne nota uno i cui movimenti superano quelli della folla e diventano spettacolari è segno che un loa (stato di divinità) è arrivato. Perché se il segno della dedizione di un uomo ai loa sta nel suo servirli in umiltà, il segno della devozione di un loa all’uomo sta nella sua piena manifestazione. Quindi il virtuosismo appartiene agli dei”. Ecco, Pino Zimba era un virtuoso: in umiltà ha servito le fonti che danno vita, continuità e rinnovamento alla tradizione, e in umiltà ha accolto il dono che dalla tradizione gli veniva.


Francesco Lefons: Sgraziato, imperfetto, irruento, amato e odiato,snobbato e snobbista. Brullo come la terra che si portava addosso e che è riuscito a raccontare attraverso l’animalesca rappresentazione di un sé racchiuso nel tamburello. Sguaiato e volutamente inelegante come quella canottiera bianca così poco chic che lo faceva diventare un tutt’uno con la sua missione espressiva. Insomma, Pino Zimba è riuscito, a modo suo, a diventare un messaggio culturale. Lui, però, non teorizzava sull’importanza antropologica che la riscoperta delle tradizioni possiede. Lui faceva e basta. Forse è proprio per questo motivo che in fin dei conti il suo fare non ha mai smosso l’istituzionale interesse. Neanche nel giorno del suo funerale. Le rappresentanze di rilievo erano ridotte al minimo.
Giusto agli amici, coloro che, al di là delle vicissitudini personali, riconoscevano in Zimba la nobiltà povera del suo essere musicista, macchina espressiva perpetua, proiettata alla divulgazione praticissima della tradizione. Per molti era quello che è stato in carcere, quello maleducato e a volte volgare. Certo, una bella gatta da pelare per il barocchismo salentino, e leccese in particolare. Un boccone difficilmente digeribile per il Salento giacca e cravatta che per circa quarant’anni la pizzica l’ha snobbata e che adesso la onora con l’immancabile presenza tra i Vip della Notte della Taranta. Non stupisce, dunque, se ai funerali di Giuseppe Mighali, detto Zimba, c’era giusto la gente di Aradeo, il suo paese. Come se il fatto culturale che lui ha rappresentato fosse circoscritto a una comunità composta da poco più di novemila abitanti. Cronachetta di paese, insomma, che a quelli di città arriva con il flebile eco di campane fatte suonare a lutto nel giorno dell’ultimo viaggio di un musicista. Ma che si vuol fare. Il cordoglio, quello istituzionale che arriva nel giorno della triste notizia è stato già espresso. Ogni di più, a dovere ormai compiuto, risulta fuori luogo, eccessivo, sconveniente, forse immotivatamente passionale. Come Zimba, che con il tamburello riusciva a essere così invadente e poco cortese da offuscare quel minuetto barocco in cui la gente si riconosce per professione - “avvocato, dottore, ingegnere” – anziché per nome e cognome. Lo stesso minuetto che qualche decina di anni fa impedì ai salentini di riconoscere la genialità di persone come Carmelo Bene, Vittorio Bodini, Edoardo De Candia. Artisti – messaggi culturali del fare - che probabilmente nulla hanno a che fare con Pino Zimba, ma che in qualche modo hanno sentito addosso il fiato corto dell’incomprensione. Anche loro, come Zimba, snobbati e snobbisti, talmente inglobati dalla (e nella) loro missione culturale da non riuscire più a prendere in considerazione nient’altro che quella. Per questo spesso presuntuosi, intolleranti, scostanti. Determinati, insomma. Di sicuro così era Zimba, che la Taranta ce l’aveva disegnata persino sul tamburello che lui malmenava come fosse posseduto dalla magia ancestrale del profano delirio. Di fatto, però, da quando l’alone pallido di un presunto benessere ha diviso anche a queste latitudini la città dalla campagna, i buoni dai cattivi, i raffinati dagli “poppeti”, tamburello e tarantolati sono stati nascosti sotto il tappeto del salone buono, quello così voglioso di mostrarsi per quello che non è ma che vorrebbe essere. Pornografia del sociale frutto del rifiuto tout court della propria terra, dell’omologazione a modelli e stili di vita derivanti da una coscienza “capitalistica e compassionevole” che brucia senza guardare in faccia nessuno ogni germe di appartenenza. Compreso il linguaggio e le sue variopinte interpretazioni di senso e di suono. Poi, come sempre accade in questi casi, il riflusso culturale investe con forza uguale e contraria tutto ciò che per tanto tempo l’ha negato. Parte dal basso, dalla pancia, e poi arriva alla testa fino a farsi esso stesso salotto. Pizzica e tamburelli vengono fuori da sotto i tappeti e diventano cimeli da esporre nella vetrina sempre pulita dell’argenteria. Tradizionale è chic, anzi radical-chic. Si fa abuso di retorica della riscoperta. Tutto si immola al dio presenzialista della tradizione. Si muovono le genti e si muovono anche i soldi. La questione si fa (anche) politica. Arrivano i primi mal di pancia da indigestione e con esso le prime incomprensioni. Lo snobbato si fa snobbista. E’ a questo punto che i cavalieri puri del riflusso, i soldati della prima linea, prendono le distanze dall’istituzionalizzazione, dalle semplificazioni di quel messaggio culturale che per loro è missione di vita. Mica roba da niente.
C’è chi ha capacità di mediazione, naturale propensione al compromesso, buon senso dettato dalla situazione. Ma c’è anche chi per naturale vocazione non media e probabilmente non lo farebbe mai pur avendone le doti. Chi decide di andare dritto per la sua strada nonostante tutto, al di sopra dei giudizi e delle opinioni, dei litigi e delle paci fatte per quieto vivere. Zimba, probabilmente, era uno di questi. Sia quando - dal 2004 al 2006 - ha calcato l’enorme palco di Melpignano, sia quando, nel 2007, organizzò in quel di Gallipoli la controffensiva al concertone. Nulla di nuovo, si penserà, eppure la sensazione netta è che difronte a centomila persone o dinanzi a quattro gatti, il succo della sua presenza aveva lo stesso aspro sapore. Magie della cultura del fare, che è diversa da quella del teorizzare. L’una è indispensabile all’altra, questo è ovvio, ma gli interpreti raramente riescono a trovare momenti di sintesi virtuosa.
Oppure sì, ma in quel caso dura poco. Una cosa è certa. Il tamburello sguaiato di Zimba, la sua canottiera bianca, il suo stile “maleducato”, hanno saputo strappare via la tradizione dai salotti per restituirlo alla gente. Al popolo. Quella pizzica è rimasta una questione viscerale, di pancia, di “sangue vivo” appunto. Lontana dai rischi dell’istituzionalizzazione perché viva nella duttilità delle mani - che è sostanza - e in stato di costante latitanza rispetto alla volontà di controllo della testa. Che è forma.


Fabio Losito: La notizia della morte di Pino Zimba mi ha colto di sorpresa, addolorandomi e lasciando in me quell’alone di tristezza che si insinua fino a rendersi protagonista nelle pieghe del tempo di una giornata lavorativa intensissima.
I nostri percorsi si saranno incrociati materialmente solo un paio di volte, ma con lui ho condiviso la gioia di fare dell’espressività una ragione di vita, anche al costo di grandi sacrifici.
Viaggi dalla destinazione ignota, percorsi paralleli, fatali incroci, palchi, polvere, fatica, strade, occhi rossi, fiato pesante.
Migliaia di artisti e creativi pugliesi “invisibili” hanno il compito di far tesoro di un’esperienza di vita che ha rappresentato la messa a valore di un patrimonio storico-culturale troppo spesso sottovalutato e bistrattato, quando non ignorato. La generazione del precariato cerca nella creatività uno spazio praticabile all’interno del quale interrogarsi sulle contraddizioni del presente.
L’espressività offre vitali vie di fuga da una realtà profondamente destabilizzata e destabilizzante. Il riconoscimento di questo valore non può essere rinviato ancora ed anche se grossi passi avanti sono stati fatti, questo enorme patrimonio resta ancora frammentato, quasi polverizzato, da sterili conflitti. La volontà politica non basta.
Il nostro Sud, malato di particolarismo e piccolo clientelismo bottegaio, potrebbe veder svanire la più grande opportunità storica per provare a ridurre lo scarto con i paesi UE più avanzati. Ci troviamo in una fase di pianificazione che sarà capace di segnare il futuro da qui a 20 anni.
La difficoltà di mettersi in rete e fare sistema devono essere superate se vogliamo avere l’ambizione di elaborare una strategia capace di garantirci sulle prospettive.
Il settore culturale deve sentire la responsabilità di praticare nuove forme di relazione ponendosi l’obiettivo di diventare un indiscutibile fattore di ricchezza.
Non avendo intenti agiografici mi sono limitato ad esplicitare i pensieri suscitati da un’emozione profonda.
Pino ha dato un grandissimo contributo alla liberazione di energie incarnando il simbolo della rifondazione di una tradizione mai sopita.
Passione, identità, potenza comunicativa: questo il ricordo che porterò con me.
Abbiamo perso il suono del Tuo tamburello, ma quel suono ormai riecheggia in ogni angolo del pianeta.
Questo sarà il viaggio più lungo. Ciao Pino.


Giovanni Pellegrino: Il Salento piange un suo illustre figlio, Pino Zimba, straordinario interprete della cultura tradizionale, che con il ritmo travolgente del suo tamburello ha saputo tenere viva la musica popolare salentina dando un contributo essenziale all’evoluzione musicale della ‘pizzica’, oggi, anche per merito suo, conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo.
Ho avuto il piacere di conoscere Pino Zimba e di frequentarlo, di lui ho sempre apprezzato la spontaneità dei comportamenti, la passione e l’impegno che metteva nella sua attività di musicista popolare, lo sforzo costante per tenere acceso il legame con la tradizione, con la cultura, l’arte e la musica, cioè, con tutti quegli elementi che concorrono a definire l’anima del nostro popolo. Personaggio di grande carisma è stato molto amato dalla gente, sempre più affascinata e coinvolta dal ritmo travolgente del suo tamburello.
Musicista popolare, cantore del mondo contadino, attore impegnato nel film pluripremiato “Sangue Vivo “ di Winspeare, ha saputo offrire di sè una immagine artistica completa e convincente. E’ stato tra i più autorevoli e coinvolgenti protagonisti de “La Notte della Taranta”. Sul palcoscenico di Melpignano con la sua autorevole presenza, Pino Zimba caratterizzava i momenti di maggiore intensità della magica notte della pizzica. Con la forza del suo tamburello, con la sua voce accattivante, con la sua grande presenza scenica sapeva conquistare gli spettatori facendoli sentire protagonisti e interpreti di una straordinaria festa di popolo in cui la cultura, la tradizione, la musica e il costume popolare si fondono mirabilmente e si trasformano in uno straordinario momento di dialogo e di comunicazione tra persone, culture e tradizioni le più diverse.
Pino Zimba ci mancherà per il grande amore che lo legava al Salento e alla nostra gente e, soprattutto, per la passione che gli aveva imposto di assumere un ruolo di custode di un pezzo importante della nostra tradizione, della nostra cultura e della nostra vita. In questo momento così doloroso, vogliamo ringraziarlo per la lezione di vita che ci ha dato, impegnandosi con passione genuina e grande rigore per affermare la cultura e la musica come espressioni essenziali dell’anima del nostro popolo.


Nichi Vendola: Il Salento ha perso il satiro della pizzica, un insostituibile istrione della cultura musicale popolare, che ha contribuito con la sua energia e la sua carica espressiva a far conoscere in Italia e nel mondo una tradizione unica. E’ stato un grande onore per me averlo conosciuto e frequentato, il battito grintoso delle sue mani sul tamburello resteranno un ricordo indelebile che conserverò per sempre.

Michele B: Pino ha raccolto le cose più genuine della tradizione della sua e nostra terra e ha fatto al Salento e ai salentini un grande regalo:quello di essere ancora più conosciuti e riconosciuti proprio attraverso la sua forte personalità il modo di essere vero e spontaneo in tutte le sue sfaccettature: fondamentalmente buono ed estroso a volte incazzato per i torti subiti ma sempre pronto a far sorridere cantare e ballare tutti. Sono orgoglioso di essere suo amico e di avere avuto la sua stima. Non dimentichiamolo e facciamolo vivere sempre con noi anche attraverso i suoi figli e il suo gruppo Zimbaria.

Terry: Ho appreso da poco la notizia della sua dipartita e sono rimasta molto dispiaciuta. Ho conosciuto la sua musica da estranea al Salento e me ne sono subito innamorata. Se mi sono legata cosi tanto a questa terra è stato anche grazie a lui e alla sua musica, che rimarrà sempre tra i miei ricordi più belli appartenenti a questa terra straordinaria.

Articolo su Le Repubblica

Il saluto di 100 amici e fan su Kataweb Musica

Discografia
Anno Copertina Titolo Etichetta
1997 Terra Officina Zoè
2000 Sangue Vivo Officina Zoè
2003 Il Miracolo Officina Zoè
2005 Zimbaria Live /
2007 Baciu 'nvelenatu /

Libri
Anno Copertina Titolo Editore
2004 Zimba, voci suoni ritmi di Aradeo Kurumuny

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