Salento, terra di Pizzica e di Taranta Sono ritmi e musiche che, con semplici melodie, evocano danze pagane. Nel passato erano considerate uno strumento di cura, per esorcizzare spiriti e purificare gli ambienti; inoltre erano propiziatorie per le vittorie e la fertilità. La Pizzica appartiene a questo tipo di musica; è una danza che cura i “tarantolati”, la gente che è stata morsa dalla terribile tarantola (un ragno il cui morso causa spasmi e crisi epilettiche e a volte l’infermità mentale). La pizzica si suona con fisarmoniche, violini e tamburelli, con un ritmo incessante, mentre i tarantolati ballano con movimenti vigorosi e sincopati. Danzano finchè non sono esausti, e in questo modo il veleno viene eliminato dall’attività fisica.
Lecce e il suo centro storico Si può iniziare la visita di Lecce da Porta Napoli. Qui si vede l’Obelisco, fatto di pietra leccese per celebrare la visita di Ferdinando I, re delle due Sicilie; su di esso sono incisi gli stemmi dei quattro distretti che formavano la Terra d’Otranto (Lecce, Brindisi, Gallipoli e Taranto). Poi c’è l’Arco di Trionfo, una delle porte più antiche della città (Porta di San Giusto, infatti) situata dentro le mura della città. Costruita nel 1548, fu dedicata all’imperatore Carlo V e fu chiamata porta Napoli perché era rivolta verso la strada principale che conduceva alla capitale del regno, Napoli. Il monumento mostra dei capitelli corinzi e una cornice sovrastata da un triangolo su cui sono incisi gli stemmi dell’esercito e dell’impero.
Andando lungo via Palmieri si entra nel cuore della città e presto si vede una piccola chiesa sulla destra (la chiesa di San Luigi) e un piccolo teatro sulla sinistra. È il teatro Paisiello (Giovanni Paisiello era un musicista di Taranto) e fu costruito in 45 giorni nel 1768, in un periodo in cui la gente amava andare a teatro. Dopo al seconda guerra mondiale il teatro venne chiuso, ma è stato riaperto il secolo scorso. Oggigiorno vi si tengono spettacoli teatrali e altri eventi. Durante la visita si possono ammirare splendidi palazzi, specialmente in piazzetta Panzera, e negozietti che vendono oggettini fatti a mano. Alla fine di via Palmieri ci si trova di fronte a piazza Duomo, con il suo campanile, la Cattedrale, il vescovado e il vecchio seminario. La piazza ha una peculiarità: è un raro esempio di “piazza chiusa” in Italia. In passato, infatti, all’entrata (dove ci sono due costruzioni gemelle) c’era un portone di legno; questo portone veniva chiuso ogni sera per tenere la vita religiosa separata da quella ordinaria.
La facciata della cattedrale fu costruita nella seconda metà del XVII sec. dal vescovo Pappacoda (il cui monumento sepolcrale si trova dentro la chiesa) per allargare la vecchia chiesa, mentre l’entrata principale si trova sul lato, vicino al vescovado. Infatti la vecchia facciata non è così riccamente decorata e solenne, è più modesta e austera. L’architetto che allargò la chiesa fu Giuseppe Zimbalo.
Dentro la cattedrale ci sono affreschi di Oronzo Tiso, rappresentanti la Vergine (alla quale la chiesa è dedicata) e altre storie bibliche. È ricca di altari, sia in stile barocco che in stile semplice. Il vecchio Seminario (oggi la sede del museo Diocesano) è considerato il trionfo del Barocco. Il suo architetto fu Giuseppe Cino che lo costruì nel XVII sec. utilizzando lo stesso stile di Palazzo dei Celestini. All’ingresso c’è il miglior esempio di Barocco leccese a Lecce: il pozzo, nel centro, con varie decorazioni (specialmente fiori e frutta). Durante le cerimonie solenni i balconi centrali e le finestre laterali vengono adornate con panni su cui sono dipinti tre vasi, simbolo della famiglia Pignatelli (un vescovo di Lecce apparteneva a questa antica famiglia).
Di fronte al palazzo c’è il campanile (alto 72 metri), lavoro di Giuseppe Zimbalo.
Lasciando piazza Duomo, se si imbocca la strada a destra si arriva in piazza S. Oronzo, la piazza principale della città. Continuando a camminare si incontra un’altra chiesa bellissima, il miglior esempio di architettura rinascimentale a Lecce: la Chiesa dei Teatini, uno degli ordini religiosi che visse a Lecce e contribuì ad abbellirla (infatti molti disegnatori e architetti erano monaci!). Ogni cosa, qui, è in perfetta armonia, i piani sono stilizzati e lo stile è semplice. Piazza Sant’Oronzo fu chiamata “piazza dei mercanti” perché qui due volte a settimana c’era il mercato settimanale dove mercanti si incontravano per i loro affari, nei negozi e nella piazza. Qui c’è il vecchio Palazzo di Giustizia (1577), costruito dai Gesuiti, la cui chiesa (la chiesa del Buon Consiglio) si trova accanto. I Gesuiti, infatti, svolsero un ruolo importante a Lecce, fondarono una scuola (una sorta di università), che rimase aperta fino al 1767, l’anno in cui l’ordine fu espulso da Lecce. Fino al 1977 il palazzo fu la sede de Palazzo di Giustizia.
Di fronte c’è il Municipio (Palazzo Carafa) , costruito sulle rovine di un vecchio convento del XVI sec. (Il convento delle Paolotte), guidato dalle suore. Successivamente, nel 1895, l’autorità municipale comprò il convento e lo trasformò nel Municipio.
La perla della piazza è l’anfiteatro romano, apparentemente costruito nel I o nei primi anni del II sec. d.C., durante il regno di Traiano. Dopo rimase coperto per secoli finché non fu portato alla luce nel 1905 dallo studioso locale Cosimo De Giorgi, durante i lavori per la Banca d’Italia. Mostra l’importanza della civilizzazione romana a Lecce e vi si tenevano in passato feste, giochi di caccia e celebrazioni; lo si capisce dai fregi intorno al podio; dopo si possono vedere scene di lotta fra tori e animali esotici (elefanti, leoni, pantere e lupi), iscrizioni romane, sculture, e perfino una statua di Atena attribuita allo scultore ateniese Alcmene (che oggigiorno è conservata nel museo Provinciale). L’anfiteatro, che richiama quello costruito dai romani, fu tirato fuori da un deposito calcareo, con l’aggiunta di pietra leccese. Probabilmente c’erano altri livelli di sedili al di sopra di quelli che possiamo vedere oggi, con colonne e pilastri. L’entrata è vicino la Banca, e una scalinata conduce di sotto, durante le esibizioni estive. Ora c’è una pietra cava sulla quale in passato c’era un’aquila di bronzo: reggeva una pergamena (anch’essa in bronzo), con su scritto un testo di Quinto Ennio, ma l’aquila fu sacrificata durante la Seconda guerra Mondiale, perché il bronzo fu utilizzato per costruire armi. Nel corso degli scavi, fu trovata una piccola camera sepolcrale (un ipogeo) greco-messapica, con pietre inscritte che sono ora esposte nel Museo Archeologico: furono scritte in un linguaggio non ancora decifrato. Dietro l’anfiteatro c’è il Sedile, una costruzione a forma di piazza con archi gotici sovrastata da archi circolari. Risale alla fine del XVI sec. e fu costruito da Pietro Mocenigo, un veneziano, a testimonianza delle relazioni commerciali tra Lecce e Venezia (Venezia era il porto di partenza per il Mediterraneo orientale). Fino al XIX sec. fu la sede del Municipio, successivamente fu trasformato nell’ufficio turistico; ora è un luogo di mostre.
Il vero simbolo della piazza è la colonna, costruita nel 1666 per ringraziare Sant’Oronzo che salvò la città dalla peste nel 1656. La colonna di marmo segnava la fine della via Appia, e fu un dono della gente di Brindisi; la statua originale del santo (che si può vedere al di sopra della colonna) fu distrutta nel 1737 dai fuochi d’artificio, e rifatta in un’officina a Venezia. Quando fu nuovamente posta sulla colonna, fu cambiata la sua posizione e fu messa con lo sguardo rivolto a nord (significa verso la piazza); questo perché era impensabile che il Santo benedicesse l’anfiteatro pagano, com’era prima della sua distruzione. Non lontano da piazza S. Oronzo ci sono due splendidi esempi di Barocco Leccese: la Basilica di S. Croce e Palazzo dei Celestini (i Celestini erano un altro ordine religioso che aveva lì il monastero). Le due costruzioni risalgono al XVI sec. Lo stile della chiesa è sfarzoso senza esagerazione, la facciata è stupenda, con un meraviglioso rosone circondato da angeli. È un’opera di Gabriele Riccardi, Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo. Non ci sono abbastanza parole per descrivere la bellezza di S. Croce, ma si rimane affascinati di fronte allo splendore dei leoni, dei dragoni e degli angeli che sorreggono le balaustre. Una volta entrati all’interno si respira un’atmosfera austera (come in tutte le basiliche in stile classico), con il soffitto in legno e le lisce colonne adornate con capitelli corinzi. Gli altari, nelle navate laterali, sono in puro stile barocco, e alcuni mostrano splendidi affreschi. Non si può lasciare Lecce senza aver visitato il Castello Carlo V e e la Chiesa di San Matteo. Il Castello Carlo V (XVI sec.), costruito su una preesistente fortezza di Gualtieri VI di Brienne, fu un lavoro di Giangiacomo dell’Acaja. Si possono visitare le enormi sale del castello andando alle mostre o prendendo parte agli eventi culturali, anche se il castello è ancora in ristrutturazione. La chiesa di S. Matteo è un qualcosa che lo storico tedesco Gregorovious ha definito “il Pantheon del Barocco Leccese”, una superba costruzione con superfici curve e forti volumi. Si possono notare le superfici concave al di sopra e quelle convesse al di sotto. Fu costruita nel tardo XVII sec., disegnata dall’architetto Achille Carducci. La peculiarità della facciata sono le colonne: una è liscia, l’altra ha una decorazione a spirale. Dal momento che la chiesa si trova nel nucleo della movida leccese, il parroco ha deciso di tenerla aperta fino a tardi per incontri serali. Il suo scopo, ovviamente, è quello di catturare l’attenzione dei giovani per la fede religiosa.
Camminando nel centro storico si vedono meravigliosi palazzi, proprietà di antiche famiglie aristocratiche che ancora oggi conservano il loro vecchio splendore. Molti appartengono agli eredi di queste famiglie che ancora vivono qui, mentre altri sono stati venduti, ma all’interno sono sempre meravigliosi, con stupendi giardini, balconi e stanze.
In the rooms, of the Art Gallery you will admire about 200 works, dating back to the years from the end of the 16th century to the 20th century, most of which remain anonymous. The works come from various monasteries of the Franciscan Province of Salento.
Nelle stanze della Galleria D’Arte si ammirano circa 200 opere, risalenti agli anni dalla fine del XVI sec. al XX, parecchie delle quali rimaste anonime. Le opere vengono da vari monasteri francescani del Salento.
Fondata da Padre Egidio de Tommaso, la Galleria fu aperta il 7 novembre del 1968. Negli anni, grazie alla donazione di qualche benefattore, la collezione si è arricchita con ceramiche, sculture di gesso attribuiti ad Antonio Bortone, litografie, statue di cartapesta e dipinti di arte contemporanea.
Il Museo delle Tradizioni locali fuori Lecce Il Museo delle Tradizioni Locali vicino l’abbazia del XII sec. di S. Maria di Cerrate, a Nord di Lecce, mostra ogni sorta di oggetti usati dalla tradizione popolare. Mostra il tipo di lavoro che la gente faceva nei campi nei tempi antichi, quando la farina veniva fatta nei mulini a vento domestici, e l’olio nei frantoi ipogei. Si possono vedere i telai a mano usati per fare meravigliosi tappeti, tende o biancheria. Inoltre in alcune stanze c’è anche una cucina e i suoi utensili, la stanza da letto e la stanza del cucito.
Ci sono anche due frantoi ipogei sotterranei e il bacino per la macinazione delle olive nella loro originale posizione.
La Casa-Museo della Tradizione Contadina a Calimera È un posto dove è possibile vedere resti della cultura grika. Aperto nel 2003, ogni stanza mostra un differente tema, e alcuni degli oggetti sono parte delle case dei tempi antichi, come gli utensili da cucina, i vestiti per gli infanti, gli arnesi da lavoro e le macchine per cucire. La casa-museo non è solo una collezione di oggetti tradizionali; c’è anche una biblioteca con 3000 volumi e più di 10.000 articoli pubblicati in loco, da giornali locali, nazionali e greci. La libreria multimediale contiene video, cd, cd-rom e dvd.
Durante la visita delle sale si può sentire della musica popolare grika.
Il parco messapico a Cavallino È situato nell’area archeologica (vasta 10 ettari) intorno a Cavallino, collegata alla città tramite un percorso cicloturistico, che porta direttamente al Palazzo Baronale e al monastero dei Domenicani. Mostra rovine di palazzi, tombe, cisterne, monumenti e canali di scolo per l’acqua. Da vedere all’interno del Museo Diffuso, una volta cominciata la camminata a ritroso nel tempo, ci sono i resti dell’antico insediamento messapico di età arcaica di Cavallino, uno dei centri più importanti del periodo, insieme ad Oria ed Ugento. Il “Museo diffuso” è anche sito della scuola di archeologia dell’Università del Salento.