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Salento, terra di arte, cultura e natura
Cosa sapere del Salento

cosa conoscere
Terra di Pizzica e di Taranta - La "Firenze" del sud - La "Giamaica" d'Europa
cosa visitare
Città e paesi: Lecce ed il centro storico - Il centro storico di Otranto - Il centro storico di Gallipoli
Musei: a Lecce - a Calimera - a Cutrofiano - a Martano - a Corigliano - ad Otranto - a Vaste - a Casarano - a Presicce - ad Alezio
cosa scoprire
Parco messapico di Cavallino - Frantoio ipogeo di Sternatia - Sito archeologico di Vaste - Basilica di S. Caterina a Galatina
Località speciali: Muro Leccese - Porto Badisco - Roca - Porto Selvaggio - Tricase - Marina Serra - Felline
cosa mangiare e bere
cosa acquistare
Salento, terra di Pizzica e di Taranta
Sono ritmi e musiche che, con semplici melodie, evocano danze pagane. Nel passato erano considerate uno strumento di cura, per esorcizzare spiriti e purificare gli ambienti; inoltre erano propiziatorie per le vittorie e la fertilità. La Pizzica appartiene a questo tipo di musica; è una danza che cura i “tarantolati”, la gente che è stata morsa dalla terribile tarantola (un ragno il cui morso causa spasmi e crisi epilettiche e a volte l’infermità mentale). La pizzica si suona con fisarmoniche, violini e tamburelli, con un ritmo incessante, mentre i tarantolati ballano con movimenti vigorosi e sincopati. Danzano finchè non sono esausti, e in questo modo il veleno viene eliminato dall’attività fisica.
Lecce, la "Firenze" del sud
Lecce è il cuore dell’architettura barocca, e perciò è chiamata anche la “Firenze del sud”. La città è acclamata come una delle capitali dello stile barocco, uno stile che ha raggiunto una particolare originalità ed esuberanza, dovuta all’abilità con cui gli architetti e gli scultori locali hanno lavorato la soffice, malleabile pietra locale dal colore rosato, la cosiddetta pietra leccese. Un’altra perla di Lecce è piazza Sant’Oronzo, la piazza principale e il cuore delle attività locali da secoli. La piazza è in parte occupata dall’anfiteatro romano, e composta da vicoli ricchi di fascino. Non si può lasciare Lecce senza aver ammirato la Basilica di Santa Croce e piazza Duomo. Questa piazza è un singolare esempio di “piazza chiusa”; è chiusa su tre lati dalla cattedrale e da due palazzi gemelli che appartengono alla chiesa. Nonostante la considerevole grandezza della piazza, una delle più grandi d’Europa, si respira molto intima.
Salento, la "Giamaica" d'Europa per la musica Reggae
Di certo ci sono alcune ragioni per cui il Salento è considerato la Jamaica europea. Il reggae salentino nacque alla fine degli anni ottanta, quando un gruppo di ragazzi (i futuri Sud Sound System) che amavano la musica reggae, la portarono nella loro terra, una terra così lontana da queste radici ma ricca di cultura e tradizioni. La connessione tra il reggae giamaicano e l’eredità tradizional-popolare del Salento sta nella semplice attitudine musicale e in una serie di temi sociali che derivano dalla posizione geografica dei due paesi, entrambi animati da un certo calore e passione.

Lecce e il suo centro storico
Si può iniziare la visita di Lecce da Porta Napoli. Qui si vede l’Obelisco, fatto di pietra leccese per celebrare la visita di Ferdinando I, re delle due Sicilie; su di esso sono incisi gli stemmi dei quattro distretti che formavano la Terra d’Otranto (Lecce, Brindisi, Gallipoli e Taranto). Poi c’è l’Arco di Trionfo, una delle porte più antiche della città (Porta di San Giusto, infatti) situata dentro le mura della città. Costruita nel 1548, fu dedicata all’imperatore Carlo V e fu chiamata porta Napoli perché era rivolta verso la strada principale che conduceva alla capitale del regno, Napoli. Il monumento mostra dei capitelli corinzi e una cornice sovrastata da un triangolo su cui sono incisi gli stemmi dell’esercito e dell’impero.
Andando lungo via Palmieri si entra nel cuore della città e presto si vede una piccola chiesa sulla destra (la chiesa di San Luigi) e un piccolo teatro sulla sinistra. È il teatro Paisiello (Giovanni Paisiello era un musicista di Taranto) e fu costruito in 45 giorni nel 1768, in un periodo in cui la gente amava andare a teatro. Dopo al seconda guerra mondiale il teatro venne chiuso, ma è stato riaperto il secolo scorso. Oggigiorno vi si tengono spettacoli teatrali e altri eventi. Durante la visita si possono ammirare splendidi palazzi, specialmente in piazzetta Panzera, e negozietti che vendono oggettini fatti a mano.
Alla fine di via Palmieri ci si trova di fronte a piazza Duomo, con il suo campanile, la Cattedrale, il vescovado e il vecchio seminario. La piazza ha una peculiarità: è un raro esempio di “piazza chiusa” in Italia. In passato, infatti, all’entrata (dove ci sono due costruzioni gemelle) c’era un portone di legno; questo portone veniva chiuso ogni sera per tenere la vita religiosa separata da quella ordinaria. La facciata della cattedrale fu costruita nella seconda metà del XVII sec. dal vescovo Pappacoda (il cui monumento sepolcrale si trova dentro la chiesa) per allargare la vecchia chiesa, mentre l’entrata principale si trova sul lato, vicino al vescovado. Infatti la vecchia facciata non è così riccamente decorata e solenne, è più modesta e austera. L’architetto che allargò la chiesa fu Giuseppe Zimbalo.
Dentro la cattedrale ci sono affreschi di Oronzo Tiso, rappresentanti la Vergine (alla quale la chiesa è dedicata) e altre storie bibliche. È ricca di altari, sia in stile barocco che in stile semplice.
Il vecchio Seminario (oggi la sede del museo Diocesano) è considerato il trionfo del Barocco. Il suo architetto fu Giuseppe Cino che lo costruì nel XVII sec. utilizzando lo stesso stile di Palazzo dei Celestini. All’ingresso c’è il miglior esempio di Barocco leccese a Lecce: il pozzo, nel centro, con varie decorazioni (specialmente fiori e frutta). Durante le cerimonie solenni i balconi centrali e le finestre laterali vengono adornate con panni su cui sono dipinti tre vasi, simbolo della famiglia Pignatelli (un vescovo di Lecce apparteneva a questa antica famiglia).
Di fronte al palazzo c’è il campanile (alto 72 metri), lavoro di Giuseppe Zimbalo.
Lasciando piazza Duomo, se si imbocca la strada a destra si arriva in piazza S. Oronzo, la piazza principale della città. Continuando a camminare si incontra un’altra chiesa bellissima, il miglior esempio di architettura rinascimentale a Lecce: la Chiesa dei Teatini, uno degli ordini religiosi che visse a Lecce e contribuì ad abbellirla (infatti molti disegnatori e architetti erano monaci!). Ogni cosa, qui, è in perfetta armonia, i piani sono stilizzati e lo stile è semplice.
Piazza Sant’Oronzo fu chiamata “piazza dei mercanti” perché qui due volte a settimana c’era il mercato settimanale dove mercanti si incontravano per i loro affari, nei negozi e nella piazza. Qui c’è il vecchio Palazzo di Giustizia (1577), costruito dai Gesuiti, la cui chiesa (la chiesa del Buon Consiglio) si trova accanto. I Gesuiti, infatti, svolsero un ruolo importante a Lecce, fondarono una scuola (una sorta di università), che rimase aperta fino al 1767, l’anno in cui l’ordine fu espulso da Lecce. Fino al 1977 il palazzo fu la sede de Palazzo di Giustizia.
Di fronte c’è il Municipio (Palazzo Carafa) , costruito sulle rovine di un vecchio convento del XVI sec. (Il convento delle Paolotte), guidato dalle suore. Successivamente, nel 1895, l’autorità municipale comprò il convento e lo trasformò nel Municipio.
La perla della piazza è l’anfiteatro romano, apparentemente costruito nel I o nei primi anni del II sec. d.C., durante il regno di Traiano. Dopo rimase coperto per secoli finché non fu portato alla luce nel 1905 dallo studioso locale Cosimo De Giorgi, durante i lavori per la Banca d’Italia. Mostra l’importanza della civilizzazione romana a Lecce e vi si tenevano in passato feste, giochi di caccia e celebrazioni; lo si capisce dai fregi intorno al podio; dopo si possono vedere scene di lotta fra tori e animali esotici (elefanti, leoni, pantere e lupi), iscrizioni romane, sculture, e perfino una statua di Atena attribuita allo scultore ateniese Alcmene (che oggigiorno è conservata nel museo Provinciale). L’anfiteatro, che richiama quello costruito dai romani, fu tirato fuori da un deposito calcareo, con l’aggiunta di pietra leccese. Probabilmente c’erano altri livelli di sedili al di sopra di quelli che possiamo vedere oggi, con colonne e pilastri. L’entrata è vicino la Banca, e una scalinata conduce di sotto, durante le esibizioni estive. Ora c’è una pietra cava sulla quale in passato c’era un’aquila di bronzo: reggeva una pergamena (anch’essa in bronzo), con su scritto un testo di Quinto Ennio, ma l’aquila fu sacrificata durante la Seconda guerra Mondiale, perché il bronzo fu utilizzato per costruire armi. Nel corso degli scavi, fu trovata una piccola camera sepolcrale (un ipogeo) greco-messapica, con pietre inscritte che sono ora esposte nel Museo Archeologico: furono scritte in un linguaggio non ancora decifrato. Dietro l’anfiteatro c’è il Sedile, una costruzione a forma di piazza con archi gotici sovrastata da archi circolari. Risale alla fine del XVI sec. e fu costruito da Pietro Mocenigo, un veneziano, a testimonianza delle relazioni commerciali tra Lecce e Venezia (Venezia era il porto di partenza per il Mediterraneo orientale). Fino al XIX sec. fu la sede del Municipio, successivamente fu trasformato nell’ufficio turistico; ora è un luogo di mostre.
Il vero simbolo della piazza è la colonna, costruita nel 1666 per ringraziare Sant’Oronzo che salvò la città dalla peste nel 1656. La colonna di marmo segnava la fine della via Appia, e fu un dono della gente di Brindisi; la statua originale del santo (che si può vedere al di sopra della colonna) fu distrutta nel 1737 dai fuochi d’artificio, e rifatta in un’officina a Venezia. Quando fu nuovamente posta sulla colonna, fu cambiata la sua posizione e fu messa con lo sguardo rivolto a nord (significa verso la piazza); questo perché era impensabile che il Santo benedicesse l’anfiteatro pagano, com’era prima della sua distruzione.
Non lontano da piazza S. Oronzo ci sono due splendidi esempi di Barocco Leccese: la Basilica di S. Croce e Palazzo dei Celestini (i Celestini erano un altro ordine religioso che aveva lì il monastero). Le due costruzioni risalgono al XVI sec. Lo stile della chiesa è sfarzoso senza esagerazione, la facciata è stupenda, con un meraviglioso rosone circondato da angeli. È un’opera di Gabriele Riccardi, Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo. Non ci sono abbastanza parole per descrivere la bellezza di S. Croce, ma si rimane affascinati di fronte allo splendore dei leoni, dei dragoni e degli angeli che sorreggono le balaustre. Una volta entrati all’interno si respira un’atmosfera austera (come in tutte le basiliche in stile classico), con il soffitto in legno e le lisce colonne adornate con capitelli corinzi. Gli altari, nelle navate laterali, sono in puro stile barocco, e alcuni mostrano splendidi affreschi. Non si può lasciare Lecce senza aver visitato il Castello Carlo V e e la Chiesa di San Matteo. Il Castello Carlo V (XVI sec.), costruito su una preesistente fortezza di Gualtieri VI di Brienne, fu un lavoro di Giangiacomo dell’Acaja. Si possono visitare le enormi sale del castello andando alle mostre o prendendo parte agli eventi culturali, anche se il castello è ancora in ristrutturazione. La chiesa di S. Matteo è un qualcosa che lo storico tedesco Gregorovious ha definito “il Pantheon del Barocco Leccese”, una superba costruzione con superfici curve e forti volumi. Si possono notare le superfici concave al di sopra e quelle convesse al di sotto. Fu costruita nel tardo XVII sec., disegnata dall’architetto Achille Carducci. La peculiarità della facciata sono le colonne: una è liscia, l’altra ha una decorazione a spirale. Dal momento che la chiesa si trova nel nucleo della movida leccese, il parroco ha deciso di tenerla aperta fino a tardi per incontri serali. Il suo scopo, ovviamente, è quello di catturare l’attenzione dei giovani per la fede religiosa.
Camminando nel centro storico si vedono meravigliosi palazzi, proprietà di antiche famiglie aristocratiche che ancora oggi conservano il loro vecchio splendore. Molti appartengono agli eredi di queste famiglie che ancora vivono qui, mentre altri sono stati venduti, ma all’interno sono sempre meravigliosi, con stupendi giardini, balconi e stanze.
Il Centro Storico di Otranto
Si può iniziare la visita di Otranto dal Lungomare degli Eroi che porta nel centro della città vecchia. Si entra attraverso la Porta Alfonsina costruita dopo che Otranto fu salvata dall’attacco dei Turchi grazie al piano di fortificazione di Alfonso di Aragona. Il centro storico è una serie di vicoli e stradine che si susseguono, pieni di colorati negozietti che vendono una gran varietà di oggetti: fischietti, vasi, gioielli, vestiti, collane, piatti tipici e qualunque altra cosa.
La Cattedrale si trova in una piccola piazza; la vista è subito catturata dal rosone rinascimentale in stile Gotico-Arabo. Fu costruita tra il 1080 circa e il 1088 e dedicata alla Vergine Assunta. Il portale, in stile barocco, fu restaurato nel 1674 e mostra gli stemmi dell’esercito e dell’arcivescovo, che ne commissionò la costruzione. Sulla parte sinistra c’è un’altra entrata, in stile rinascimentale. La Cattedrale ha tre larghe navate, separate da 14 colonne sopra le quali ci sono capitelli romani, ionici e corinzi. All’interno trovarono rifugio donne e bambini che cercavano di scappare dall’assedio dei Turchi, ma i soldati riuscirono a entrare e a ucciderli, spargendo sangue ovunque, sul famoso mosaico di Pantaleone.
Il mosaico (lungo 16 metri) è molto noto; fu realizzato tra il 1163 e il 1165 da un monaco che visse nella vicina abbazia di San Nicola di Casole. Il suo nome (Pantaleone) infatti è scritto sul pavimento all’entrata. Nel mosaico il monaco raffigurò l’albero della vita (un enorme albero che va dall’entrata fino al presbiterio) partendo dalla Creazione. È sorretto da due enormi elefanti. Sui suoi rami Pantaleone pose altri animali, sia reali che immaginari (leoni, grifoni, serpenti, centauri e unicorni), grandi uomini (Alessandro Magno, Re Artù), l’arca di Noè, Adamo ed Eva (quando vennero espulsi dal giardino dell’Eden), scene dal Vecchio Testamento, lo zodiaco (ci sono 12 scene, ognuna rappresentante un lavoro in campagna), e altre immagini tratte sia dai miti classici, che leggende medievali. Molte figure e simboli non sono ancora stati compresi.
Nella cappella dei Martiri, nella navata destra, in sette reliquiari sono conservate le ossa degli Ottocento Martiri, persone che furono uccise il 14 Agosto 1480 dai Turchi poiché non avevano rinnegato la loro fede cristiana. Furono decapitati sul Colle di Minerva, dove ora c’è una cappella. Lungo la scalinata sulla navata destra, si può andare giù nella cripta, molto suggestiva, con 42 colonne di marmo, ognuna di colore differente, con capitelli e volte a crociera, che dividono la chiesa in 5 piccole navate.
Una volta fuori dalla Cattedrale si imbocca una stradina che conduce al Castello e ai bastioni. In estate tanti turisti giungono per comprare souvenir o per scattare fotografie. Dai bastioni si gode di una vista sul mare e sul porto che, specialmente in estate, sono pieni di luci e persone che cantano e chiacchierano fino a notte fonda.
Prima di arrivare al castello, in una piccola piazza, c’è la chiesa bizantina di S. Pietro, uno dei pochi esempi di costruzioni bizantine mantenute in buone condizioni in Italia. Infatti vi si possono ammirare affreschi originali.
Il Castello fu ristrutturato nel 1980; fu costruito dal re Aragonese tra il 1485 e il 1489. Ha una forma pentagonale con tre torri cilindriche agli angoli. Nel fossato sono ancora visibili alcune palle di granito sparate dai Turchi durante l’attacco nel 1480.
Il centro storico di Gallipoli
La parte vecchia della città è un qualcosa di diverso da tutto il resto. Si trova in un’isola circolare che si può visitare camminando lungo i bastioni.
Lorenzo MilanoIn passato le mura erano alte 2 metri, ora sono troppo basse e da lì lo sguardo può perdersi oltre il mare blu e arrivare fino alla linea dell’orizzonte. Fra i vicoli e le tortuose stradine piene di facciate barocche, appaiono davanti agli occhi splendide costruzioni e case. Si inizia a camminare in senso antiorario dalla strada che domina il nuovo centro commerciale e ci si trova alla chiesa di S. Francesco da Paola, con la sua sobria facciata e una piccola nicchia con la statua del santo all’interno. La chiesa di S. Maria della Purità è la chiesa più antica, risalente alla seconda metà del XVII sec.; nella sacrestia ci sono le tombe di Cristo Morto e della Nostra Signora dei Peccati. Nel sabato di Pasqua, prima dell’alba, la gente porta in processione queste due statue, in uno dei riti religiosi più suggestivi del Salento. Tutti gli affreschi all’interno appartengono al XVIII sec. di scuola napoletana. Perfino il pavimento fatto di maiolica, e le panche sono magnifiche opere d’arte. Andando avanti lungo i bastioni, c’è la chiesa di S. Francesco (piena di affreschi magnifici), la Chiesa dell’Immacolata, la chiesa di S. Maria degli Angeli, la chiesa del Rosario, ognuna con il suo vecchio stile originale.
Nella parte alta della città vecchia c’è la cattedrale di S. Agata, uno dei migliori esempi di barocco nel Salento (dopo la chiesa di S. Croce a Lecce). La facciata fu costruita da Giuseppe Zimbalo, lo stesso artista del campanile di Lecce. La cosa peculiare è l’uso del “carparo”, meno soffice e friabile della pietra leccese, che dà il suo colore rosato. La chiesa fu costruita negli anni tra il 1629 e il 1696 e sulla facciata mostra i due santi patroni di Gallipoli: S. Sebastiano e S. Fausto. All’interno, sulle pareti e sul soffitto ci sono affreschi del XVII e XVIII sec. Sulla via principale si trovano Palazzo Balsamo (ora sede del municipio), e Palazzo Pirelli, con un balcone barocco, di fronte alla cattedrale. Accanto, un antico portale del XVI sec. è adesso una farmacia, che mantiene ancora le decorazioni originali del XIX sec. Vale la pena visitarla.
Un po’ più lontano c’è un edificio che un tempo era la Chiesa di S. Angelo, e ora c’è la Biblioteca Cittadina, contenente più di diecimila volumi, alcuni dei quali pubblicati nel 1500, incunaboli latini e manoscritti. Vi si trova anche il Palazzo Tafuri, uno dei più preziosi: nonostante la facciata sia stata restaurata, il palazzo non ha una gestione, ma vi si possono ammirare le finestre ovali con fregi in stile rococò intarsiati nel carparo, i balconi circolari in ferro battuto che ci ricordano l’arte spagnola; la Spagna infatti ha avuto relazioni commerciali con Gallipoli.
Sulla via principale c’è un frantoio ipogeo, molto ben conservato, dove ci sono macine e altre macchine usate per fare l’olio. Infatti i vecchi documenti dicono che in passato c’erano a Gallipoli 35 frantoi ipogei e la gente produceva circa 80.000 chili di olio al mese. C’è una curiosità su Gallipoli: la città portò la luce in Europa. Infatti prima dell’avvento dell’elettricità, i lampioni stradali di Londra, Berlino, Parigi, Vienna e Amsterdam venivano illuminati con l’olio di Gallipoli.
Il Museo “Sigismondo Castromediano” a Lecce
Il museo, fondato nel 1868 da Sigismondo Castromediano, duca di Cavallino, è sede del vecchio collegio Argento Gesuita. Contiene una ricca collezione di reperti archeologici, da Rudiae e altri centri messapici; ci sono oggetti e sculture messapiche, romane e greche, e anche oggetti preistorici con iscrizioni e disegni. Si possono trovare accurate descrizioni di dolmen e menhir che si trovano nelle campagne vicino Lecce.
Le opere sono divise in cinque sezioni: la prima è dedicata ai luoghi più artisticamente e storicamente importanti del Salento; la sezione dell’antiquariato contiene santuari con vasi di vetro del VI e V sec. e tesori di bronzo, vecchi coni e iscrizioni in lingua messapica; la sezione topografica mostra antiche mappe del Salento; la galleria fotografica mostra affreschi dal 400 al 700, sculture e icone; infine la sala delle Mostre contiene opere di artisti locali del XIX e XX sec.
La biblioteca provinciale “Nicola Bernardini”, all’interno del Museo, è una preziosa fonte di cultura e storia di Lecce e del Salento, piena di libri e antichi manoscritti.
Il Teatro Romano e il Museo a Lecce
Si trova nel cuore della città e contiene i resti della civilizzazione romana, trovati durante la restaurazione del teatro romano (nel 1929). Il museo fu aperto nel 1999 grazie al contributo della “Fondazione Memmo”, e ora vi sono organizzate numerose mostre culturali. All’interno si possono ammirare affreschi della romana “Domus Balnea”, rappresentanti animali, frutta, uccelli così come figure femminili e satiri. Ci sono statue prese dal Museo Nazionale di Roma (come quella di Dioniso), e una serie di nove maschere provenienti dall’antica tradizione teatrale, presi da Villa Adriana a Tivoli.
Ci sono anche sculture marmoree: statue di Atena, Artemide, Ares e l’imperatore Augusto.
Il Museo Missionario Cinese e la Pinacoteca di Fulgenzio a Lecce
Il Museo Missionario Cinese e della Storia Naturale di Lecce risale al 1963 quando Padre Egidio de Tommaso, decise di portare e mostrare gli oggetti portati in Italia da Padre Egidio Santoro, missionario in Cina per circa 40 anni. All’inizio il museo era situato nella costruzione del XVI sec. di Fulgenzio della Monica. Nel 1981 fu spostato al secondo piano del convento di S. Antonio. Ci sono due sezioni: una concernente la cultura cinese antica e moderna, e l’altra concernente la storia naturale. Quest’ultima è ulteriormente divisa in due sottosezioni: Fauna marina e Fauna terrestre.
Nell’elegante mostra sono conservati vari amuleti e piccole statuette di ferro, rame, legno intagliato, avorio e giada. Ci sono anche preziose porcellane antiche e moderne, vasi e piatti in bronzo o rame. Nell’altra stanza della stessa sezione ci sono oggetti degli aborigeni Tayals, i primi abitanti dell’isola di Formosa. La sezione della fauna marina include una collezione di: echinodermi, conchiglie, madreperle, pesci esotici, uccelli marini e crostacei. La più importante è la collezione di conchiglie (con oltre 2000 esemplari), provenienti da tutti i mari e tutte le famiglie, mostrati in 20 eleganti teche, ognuna con la propria etichetta, nome scientifico e luogo di provenienza. Nella sezione della fauna terrestre si possono vedere: farfalle, coleotteri, animali esotici e uccelli.
Ci sono quasi 400 esemplari di farfalle; gli animali esotici includono animali provenienti dall’estremo Oriente e Formosa. La collezione di uccelli conta circa 250 specie. Visita il sito ufficiale

In the rooms, of the Art Gallery you will admire about 200 works, dating back to the years from the end of the 16th century to the 20th century, most of which remain anonymous. The works come from various monasteries of the Franciscan Province of Salento.
Nelle stanze della Galleria D’Arte si ammirano circa 200 opere, risalenti agli anni dalla fine del XVI sec. al XX, parecchie delle quali rimaste anonime. Le opere vengono da vari monasteri francescani del Salento.
Fondata da Padre Egidio de Tommaso, la Galleria fu aperta il 7 novembre del 1968. Negli anni, grazie alla donazione di qualche benefattore, la collezione si è arricchita con ceramiche, sculture di gesso attribuiti ad Antonio Bortone, litografie, statue di cartapesta e dipinti di arte contemporanea.
Il Museo delle Tradizioni locali fuori Lecce
Il Museo delle Tradizioni Locali vicino l’abbazia del XII sec. di S. Maria di Cerrate, a Nord di Lecce, mostra ogni sorta di oggetti usati dalla tradizione popolare. Mostra il tipo di lavoro che la gente faceva nei campi nei tempi antichi, quando la farina veniva fatta nei mulini a vento domestici, e l’olio nei frantoi ipogei. Si possono vedere i telai a mano usati per fare meravigliosi tappeti, tende o biancheria. Inoltre in alcune stanze c’è anche una cucina e i suoi utensili, la stanza da letto e la stanza del cucito.
Ci sono anche due frantoi ipogei sotterranei e il bacino per la macinazione delle olive nella loro originale posizione.
Il Museo di Storia Naturale di Calimera
Il Museo è considerato un luogo di protezione e studio dell’ambiente, della fauna e della flora del Salento. Infatti è in costante contatto con importanti università e organizzazioni, sia in Italia che in Europa. Per esempio, coopera con il centro Zoologico Anton Dhorn di Napoli, concernente lo studio e il salvataggio delle tartarughe.
Si possono vedere meravigliose specie di minerali, insetti, conchiglie, rettili, animali imbalsamati e perfino un giardino pieno di fagiani, anatre, pavoni, un furetto e tante altre cose inerenti alla natura. Lo studio delle farfalle è importantissimo, infatti hanno scoperto e classificato tante specie sconosciute. Visita il sito ufficiale
La Casa-Museo della Tradizione Contadina a Calimera
È un posto dove è possibile vedere resti della cultura grika. Aperto nel 2003, ogni stanza mostra un differente tema, e alcuni degli oggetti sono parte delle case dei tempi antichi, come gli utensili da cucina, i vestiti per gli infanti, gli arnesi da lavoro e le macchine per cucire. La casa-museo non è solo una collezione di oggetti tradizionali; c’è anche una biblioteca con 3000 volumi e più di 10.000 articoli pubblicati in loco, da giornali locali, nazionali e greci. La libreria multimediale contiene video, cd, cd-rom e dvd.
Durante la visita delle sale si può sentire della musica popolare grika.
Il Museo delle Ceramiche a Cutrofiano
Cutrofiano è la città della terracotta, infatti l’interesse per la ceramica si è trasformato in una vera arte. Il museo fu aperto nel 1985 come una mostra di tradizionali terracotte prodotte dagli scultori locali. Nel corso degli anni la collezione è stata arricchita, grazie alle donazioni di famiglie aristocratiche; ora mostra tutto ciò che può essere fatto d’argilla: piatti, ciotole, piccole anfore, vasi e via dicendo.
Infatti nel XIX sec. ci fu una grande produzione di terracotta nei laboratori dove gli artigiani realizzarono forme per dolci, lampade ad olio, zuppiere e barattoli (le cosiddette “pignate” che oggi compriamo solo per godere di nuovo dei tempi passati).
Ci sono quattro sezioni: la sezione storico-archeologica (con oggetti dalla preistoria al periodo post-medievale); la sezione storico-artistica (dove ci sono ceramiche in vetro prodotte sia a Cutrofiano che da qualsiasi altro posto nel Sud Italia); la sezione antropologica (con oggetti dal XIX ai primi anni del XX sec.); la sezione tecnologica (che contiene oggetti e strumenti usati per produrre la terracotta, presi dalle officine locali).
Il Museo “Giulio Pagliano” a Martano
Contiene le collezioni che il famoso ricercatore Michele Paone lasciò ai monaci Cistercensi, dopo anni di ricerche e viaggi. Contiene una ricca collezione di monete del Regno di Napoli, una collezione di medaglie con immagini sacre, vecchie mappe della Puglia e del Salento, vedute di città e immagini di costumi popolari.
Inoltre ci sono statue fatte di cartapesta, ventagli, ceramiche, porcellane tedesche e austriache e cristalli boemi.
I monaci hanno anche costituito la Galleria fotografica “Giulio Pagliano” e la biblioteca “Placido Caputo” nel vecchio monastero di S. Maria della Consolazione. Giulio Pagliano era un pittore di Gallipoli, e dopo la sua morte sua moglie (donna Maria Consiglio) diede a Michele Paone gran parte dei dipinti di suo marito. Oltre ai lavori di Pagliano è possibile vedere anche le opere di altri artisti salentini, pugliesi e napoletani, come Gioacchino Toma, Girolamo Lorenzini, Vincenzo Ciardo, Amerigo Buscicchio, Emanuele Buscicchio, Geremia Re, Pino Donno, Luigi Ammassari e altri. Nel chiostro c’è anche una mostra di erbe medicinali.
Il Museo Multimediale della Grecìa Salentina a Corigliano d’Otranto
All’interno delle sale del meraviglioso Castello De’ Monti è possibile vedere tutto ciò di cui ne vale la pena riguardo alla Grecìa Salentina, attraverso ricostruzioni computerizzate delle case, o musica e video su cd in lingua grika. Il Museo Multimediale dà informazioni sulle tradizioni e l’architettura della Grecia nel Salento, tutto questo passando da una stanza all’altra; in più si possono ascoltare le spiegazioni e vedere le immagini anche in 3D.
Ci sono anche due punti di riferimento per le informazioni sulla storia, sull’arte, tradizioni e abitudini del griko, così come un glossario multilingue con parole in griko tradotte simultaneamente nelle più importanti lingue europee.
Il Museo Diocesano dell’arte religiosa a Otranto
Aperto nel 1992 all’interno del Palazzo Lopez (XVII sec.) come museo di arte sacra, contiene oggetti di alto interesse storico e artistico, tutti provenienti dalla cattedrale: i resti del mosaico del primo piano della cattedrale risalgono all’era romana, una fonte cristiana del XV sec. (opera dello scultore locale Gabriele Riccardi), mitrie, reliquie d’argento, pastorali e altri reperti religiosi. Al piano terra c’è la sezione lapidaria e di scultura; al primo piano c’è una fantastica collezione di dipinti, e al secondo una sezione dedicata alle arti applicate.
Il Museo Messapico di Vaste
Il Museo Archeologico della civiltà messapica è situato dentro al palazzo Baronale (XVI sec.). Ci sono resti dall’era arcaica ed ellenistica fino al medioevo. Vale la pena vedere il “Tesoretto di Vaste”, consistente di 150 monete d’oro chiamate “stateri” del III sec. a.C., e 17 “tesserae lusoriae”, fatte di avorio e usate in giochi durante il II sec. a.C.
Durante la visita è possibile ammirare ricchi corredi tombali, vasche, strigili, le tipiche “trozzelle” e anche un capitello di una colonna funeraria, scoperto dall’ingegner Gianni Carluccio di Lecce.
Il Museo dei Minatori di Casarano
Fu aperto da Lucio Parrotto, uno dei minatori che andò a lavorare in Belgio. Ci ricorda il sacrificio di tanti uomini che morirono a una profondità di parecchi metri nelle miniere di carbone. Lucio aveva 21 anni quando partì per il Belgio nel 1956. Lui e sua moglie Angela collezionarono qualsiasi materiale per lunghi anni: foto, oggetti, palette, picconi, martelli, lanterne, elmetti, e ogni carriola per il carbone. Sulle pareti c’è anche una pagina del “Sole d’Italia” datata 9 agosto 1956, che racconta la disgrazia di Marcinelle, dove, alla profondità di 1035 metri 262 uomini morirono (136 erano italiani!).
Se si vuole visitare il museo è meglio telefonare qualche giorno prima.
Il Museo della Civiltà Contadina a Presicce
Il Museo si trova nella centrale piazza del Popolo, cuore del centro antico di Presicce, al piano primo del Palazzo Ducale. La raccolta è stata incentivata dalle donazioni di privati cittadini. Comprende circa 300 pezzi di civiltà salentina, distribuiti all'interno di sale tematiche: “la stanza del fuoco, la stanza dell’acqua, la stanza della terra, la stanza del tempo”, contenenti attrezzi da lavoro e suppellettili appartenuti a contadini, maniscalchi, falegnami, fabbri, bottai, ciabattini, muratori, frantoiani, tessitrici… Tra gli oggetti di particolare valore si segnalano: alcuni setacci per farina, olive, legumi; un aratro in legno; attrezzi per la mietitura; un telaio. Di recente è stato restaurato e acquisito l’antico orologio del campanile della Chiesa Matrice, fabbricato nel 1879. Visita il sito ufficiale
Il Museo Civico Messapico ad Alezio Gli oggetti conservati nel museo furono trovati durante gli scavi nell’area edificata; sono testimonianza della presenza dei Messapi ad Alezio. Il museo fu aperto nei primi anni del 1980 e, dopo essere stato chiuso a lungo, nel 2000 fu restaurato e spostato nel Palazzo Tafuri, una bella costruzione del XVIII sec. Attorno ai confini ci sono: ciotole tonde, giocattoli in terracotta e ornamenti d’oro trovati nella tomba di una giovane donna messapica. Questa tomba risale al I sec. a.C.

Il parco messapico a Cavallino
È situato nell’area archeologica (vasta 10 ettari) intorno a Cavallino, collegata alla città tramite un percorso cicloturistico, che porta direttamente al Palazzo Baronale e al monastero dei Domenicani. Mostra rovine di palazzi, tombe, cisterne, monumenti e canali di scolo per l’acqua. Da vedere all’interno del Museo Diffuso, una volta cominciata la camminata a ritroso nel tempo, ci sono i resti dell’antico insediamento messapico di età arcaica di Cavallino, uno dei centri più importanti del periodo, insieme ad Oria ed Ugento. Il “Museo diffuso” è anche sito della scuola di archeologia dell’Università del Salento.
Il frantoio ipogeo di Sternatia
Risalente al XV-XVIII sec., il frantoio Granafei, all’entrata del centro storico, è stato recentemente ristrutturato. E' ad oggi l’unico fruibile di in una rete di diciannove frantoi un tempo tra loro collegati da camminamenti sotterranei. Visitandolo si può avere un’idea di come la gente si guadagnasse da vivere con la produzione dell’olio. Ci sono due stanze che venivano usate per il pestaggio delle olive, due tavoli e due cisterne.
Vi si accede attraverso una scala coperta da volta a botte che conduce ad un ambiente con la vasca e le macine illuminato da un lucernario. Torchi alla "calabrese" e alla "genovese" servivano alla spremitura della pasta di olive; l’olio veniva quindi raccolto in grandi vasche da dove veniva in seguito prelevato con una larga pala ad opera del nachiro, il responsabile del frantoio.
Il sito archeologico di Vaste, nell’area di Poggiardo
Circonda la Cripta Ss. Stefani. È chiamato Parco dei Guerrieri ed è vasto 20 ettari. Il parco è visitabile solo in bicicletta e tutto intorno ci sono mura fortificate risalenti al IV sec. a.C. con una serie di dossi artificiali sui quali vi sono sagome di guerrieri Messapici.
Il sito di Vaste, citato anche da Plinio e Tolomeo, rappresenta uno degli esempi più interessanti per la quantità e la qualità degli scavi. Si possono vedere le fondamenta di una primitiva chiesa cristiana e una necropoli rocciosa. Qui fu rinvenuto il primo esempio di scrittura messapica, su un blocco lapideo del quale, dopo il trasporto a Napoli, si sono perse le tracce.
La chiesa di S. Caterina d’Alessandria a Galatina
Si trova in piazzetta Orsini, uno dei più bei monumenti religiosi nel Salento che merita il nome di Basilica Minore Pontificia. Guardando la facciata si vedono le mani abili di scultori e artisti che, dal 1384 al 1391, la eressero per Raimondello Orsini del Balzo, e per la gente di religione latina. La chiesa è divisa in 5 navate; l’interno mostra meravigliose decorazioni e numerosi studiosi d’arte la considerano bella come la basilica di S. Francesco ad Assisi. Il suo stile è un mix di romanico, gotico, bizantino e normanno. All’interno si trovano meravigliosi capitelli decorati con dipinti e le tombe di Raimondello e dei suoi figli. La cosa più bella sono gli affreschi, divisi in 150 scene, rappresentanti differenti arti pittoriche. Sviluppano una sequenza di racconti religiosi che esprimono lo stile e il modo di pensare dei francescani. Infatti, l’immagine di S. Francesco è visibile in vari archi e pilastri, come nell’arco dell’abside: si vede S. Francesco mentre riceve le stigmate dal serafino, e il suo abbraccio con S. Domenico. S. Francesco, S. Chiara, S. Elisabetta sono ritratti anche nel chiostro, insieme ad altri santi, in dodici medaglioni. Negli affreschi sono rappresentate varie scene tratte dalla Genesi, tutti dipinti in colori caldi e accesi, che esprimono gioia e preghiere al Sole e alle stelle. Gli altri affreschi rappresentano scene dalla vita di Gesù (dalla nascita alla fuga in Egitto), dalla vita della Vergine (il suo fidanzamento con Giuseppe e l’Annunciazione), e altri eventi raccontati dai quattro evangelisti.
Si può vedere anche un presepe, in pietra policromatica, nella navata sinistra, e una scultura lignea rappresentante il calvario.
Muro Leccese
È la più grande città messapica del Salento. Gli studi archeologici hanno portato alla luce parecchi resti risalenti all’VIII-VII sec. a.C. L’agricoltura si sviluppò qui durante il periodo romano e bizantino. Del periodo bizantino ci sono resti della Chiesa di S. Marina (con magnifici affreschi), e la Chiesa di S. Maria di Miggiano. Quando i Normanni arrivarono, nella seconda metà dell’XI sec., l’area intorno a Muro Leccese era piena di piccoli centri agricoli. Dopo, dal XVI sec. in poi, vide una straordinaria espansione urbanistica e tanti monumenti furono innalzati, cosicché Muro fu definita la “piccola capitale del Barocco”: il convento e la Chiesa dei Domenicani, la Chiesa del Crocifisso, la Chiesa dell’Annunziata, la Chiesa dell’Immacolata, la Colonna dei 4 evangelisti (fu costruita nel 1607 ed è proprio al centro di Piazza del Popolo, certamente la più bella piazza del Salento), Palazzo Negri, Palazzo del Principe, e il Frantoio ipogeo del Protonobilissimo.
Vicino a Muro Leccese si trovano anche alcuni menhir, generalmente alti 4 metri, che probabilmente avevano una funzione religiosa.
Porto Badisco
La spiaggia di Porto Badisco aveva un grande valore storico e, come scrisse il poeta latino Virgilio, è la riva dove Enea arrivò dopo la fuga da Troia. Qui gli abitanti del Neolitico vivevano in caverne e le decorarono con dipinti e pittogrammi. La caverna è la Grotta dei Cervi, uno dei più importanti siti preistorici in Europa, con i suoi dipinti scuri perfettamente conservati fino ad oggi. È stata perfino descritta come la preistorica Cappella Sistina, ma non la si può visitare per non rovinare i dipinti sulle pareti. Comunque se si va a Porto Badisco in estate si può godere di un raro panorama: la baia è completamente ricoperta di ginestre gialle che fanno capolino dagli scogli, e il mare ha un colore verde acqua, chiaro come il cristallo. Qui si possono assaggiare i ricci di mare sia venduti in piccole bancarelle, che in ristoranti.
Nel mezzo della baia c’è una graziosa spiaggia: sulla sinistra scorre un fiumiciattolo, pochi metri dopo, che lentamente sfocia nel mare. È uno degli ultimi esempi di delta sotterraneo, dove l’acqua parte dalla Valle dei Cervi. Pochi metri dopo la spiaggia il mare diventa profondissimo. Sulla parte settentrionale c’è un’entrata al “Cunicolo dei Diavoli”, dove vivono rare specie di animali cavernicoli. L’intera area è privatizzata, sebbene sia aperta al pubblico. È il posto ideale dove fare immersione con maschera e pinne, ma si raccomanda di non addentrarsi quando soffia lo scirocco.
Roca
La storia di Roca risale all’era del Bronzo e dura fino al 1544, quando Ferrante Loffredo, governatore della Terra d’Otranto, decise di raderla al suolo perché parecchi briganti vi trovavano rifugio. Così i superstiti si mossero nell’entroterra e fondarono Roca Nuova, dove oggi si possono ammirare i resti di un antico castello a due piani, e di una piccola chiesa dedicata a S. Vito. Quel che vale la pena visitare è la Grotta della Poesia, sul promontorio sotto la colonna sulla quale c’è la statua della Vergine di Roca. In passato vi si poteva arrivare solo a nuoto, ora è possibile andare giù tramite delle scale di metallo. Sulle pareti ci sono iscrizioni in messapico, greco e latino: questo dimostra che Roca diede ospitalità a mercanti e pirati provenienti da diversi luoghi. Successivamente si possono anche ammirare i resti del castello costruito da Gualtiero VI di Brienne nel 1353, resti di mura messapiche, di tombe e varie case.
Porto Selvaggio
Sulla costa ionica, tra Torre dell’Alto e Torre Uluzzo, c’è un suggestivo panorama con scogli che emergono da un mare limpido, circondato da una folta pineta e macchia mediterranea. Quest’area è diventata protetta dal 1980, dopo i violenti scontri fra le autorità pubblica e politica, ed è nota col nome di “Parco naturale attrezzato di Porto Selvaggio”. L’area è piena di specie animali e vegetali: cardellini, fringuelli, verdoni, lucertole, ricci, capperi, lentisco e mirto. L’intera area è vasta 428 ettari.
Tricase
Questa città nacque appena fuori da un raggruppamento di tre case che si erano unite per combattere gli attacchi dei nemici. Queste tre case appaiono infatti sullo stemma del municipio. Da allora, ogni casa racconta la storia della città, come si può vedere dal Castello dei principi Gallone, e dalle sue torri del XIV sec. La leggenda narra che il Castello aveva molte stanze quanti erano i giorni dell’anno, e che la stanza del trono potesse ospitare più di 1000 persone. Ora è sede del Municipio ma la sala del Trono, recentemente restaurata, conserva la sua vecchia austerità e maestosità. Non lontano, c’è la Chiesa Barocca di S. Domenico, risalente al 1688, dove si possono ammirare meravigliosi dipinti e statue. La famiglia Gallone, in seguito, commissionò la costruzione della Chiesa Madre, e la volle così grande da mettere in ombra le altre costruzioni del Sud Salento. Sul lato della piazza c’è la Chiesa della Natività, dove, nella cripta, sono conservati i resti mortali del Cardinale Giovanni Panico, a cui è dedicato l’ospedale locale (gestito dalle suore Marcelline).
Marina Serra
È situata sulla strada tra Tricase e S. Maria di Leuca. Il paesaggio, caratterizzato dalla presenza di scogliere, insenature, vegetazione mediterranea e mare trasparente, è dominato dal Promontorio del Calino, detto anche "Belvedere" in virtù del panorama offerto. Ha una torre quadrangolare, Novaglie, e mostra un panorama mozzafiato, attraversando il ponte sul “Ciolo”, che unisce entrambe le sponde del profondo canyon. Qui il mare ha un colore che va dal blu al verde. Prende il nome Ciolo dal Ciole, un tipo di corvo che vive sulle mura.
Si suggerisce vivamente di visitarlo perché è davvero fantastico!
Felline
Felline è una cittadina nell’area di Alliste dove non c’è rumore e tutto è lento e calmo, come se il tempo si fosse fermato. Le case sono tutte bianche, con fregi ocra, molte delle quali sono state comprate dai turisti, specialmente britannici che cercavano calma e tranquillità. Una volta nel cuore della città, l’asfalto è stato sostituito dal basolato, e se si dà uno sguardo al soffitto delle case, si vedono centinaia di camini che sembrano proteggere i 1600 abitanti. Non si vedono palazzi enormi, la preziosità di questa piccola città sta tutta nella sua semplicità, nei suoi vicoli, che portano in un’accogliente piazzetta.
Felline ha una lunga storia: ha origini romane, fianco a fianco con le tradizioni greche, come si vide nel 1967 quando gli archeologi trovarono passaggi sotterranei, piani pavimentati e resti di un’antica fornace per la cottura dell’argilla. Dal momento che la città subì gli attacchi dei Turchi, i suoi abitanti erano sul punto di abbandonarla; perciò la famiglia Bonsecolo ordinò di costruire un castello fortificato e alcune torri di vedetta lungo la costa ionica. Ancora oggi si può ammirare il castello, residenza di note famiglie (per esempio sappiamo che i parenti di Pia Dè Tolomei vissero qui).



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